Le donne nella letteratura dal mondo antico a oggi

LA BALLATA DELLE DONNE



Quando ci penso, che il tempo è passato,

le vecchie madri che ci hanno portato,



poi le ragazze, che furono amore,

e poi le mogli e le figlie e le nuore,

femmina penso, se penso una gioia:

pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,

la partigiana che qui ha combattuto,

quella colpita, ferita una volta,

e quella morta, che abbiamo sepolta,

femmina penso, se penso la pace:

pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,

che arriva il giorno che il giorno raggiorna,

penso che è culla una pancia di donna,

e casa è pancia che tiene una gonna,

e pancia è cassa, che viene al finire,


che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra

carne di terra che non vuole guerra:

è questa terra, che io fui seminato,

vita ho vissuto che dentro ho piantato,

qui cerco il caldo che il cuore ci sente,

la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano

la mia compagna, ti prendo per mano:

E. Sanguineti


La LETTERATURA ITALIANA non può essere trascurata.

Nell'universo letterario italiano la nostra riflessione può ruotare attorno a due nuclei
  • le letterate ed il posto che hanno ricoperto nella storia della letteratura del nostro paese: dalla Serao al premio Nobel Deledda, dalla Morante alla Ginzburg, dalla Aleramo a Dacia Maraini.
  • La figura della donna nell'opera dei letterati e letterate italiani: dalla Beatrice dantesca a Lucia Mondello, dalla Marianna Ucria descrittaci da D. Maraini alla contemporanea, provocatoria ed interessante invenzione delle “personagge” voluta dal SIL, Società Italiana Letterate.

L'editoria contemporanea per ragazzi e le eroine della saghe (es. Hunger Games)

LAVORO PARTICOLARE SU SIBILLA ALERAMO E IL SUO "UNA DONNA"




La letteratura greca: LA COSA PIU' BELLA
(κάλλιστον)

Percorso: ruolo e valore della figura femminile nella cultura letteraria greca antica, in particolare nella poesia lirica (VII secolo a.C.) e nel teatro tragico e comico (V secolo a.C.).

Contenuti:
La lirica: Saffo. Vita e opere; la lingua e lo stile. Lettura di alcuni testi, fra cui Inno ad Afrodite, La cosa più bella, L'ode sublime, i "notturni".
Dai testi emerge la voce della poetessa Saffo: nei suoi frammenti trova espressione artistica un mondo di affetti, sentimenti, ideali e abitudini di vita "al femminile".
Il teatro Tragedia. I grandi autori del teatro tragico ateniese del V secolo a.C hanno spesso messo al centro delle loro opere straordinarie figure femminili di grande spessore drammaturgico. Lo sguardo rivolto a questi scrittori si soffermerà in particolare sulle opere in questo senso più rilevanti. Eschilo: il primo grande personaggio femminile (la regina Atossa nei Persiani); Le supplici e Le coefore. Sofocle: Antigone, Elettra e Le Trachinie. Euripide: più di tutti gli altri autori, dà voce alle donne (Alcesti, Ecuba, Elettra, Le Baccanti), mettendo addirittura in bocca a Medea il primo grande discorso sulla questione di genere. Nei tragici i personaggi femminili diventano il "mezzo" con cui gli autori approfondiscono le tematiche politiche, morali, civili e culturali che stanno loro a cuore, talora con un elevatissimogrado di approfondimento psicologico; sulla scena tragica emergono alcune figure diventate esemplari, quali Antigone (uno dei personaggi letterari più riletti e risemantizzati nel corso dei secoli) o Elettra, la matricida, Medea, l'assassina dei propri figli, figure ancora oggi problematiche e perturbanti.
Commedia nuova: Aristofane. "La fabbrica del comico" del grande autore ha prodotto alcuni personaggi femminili di grande forza: Lisistrata ("colei che scioglie gli eserciti"), Tesmoforiazuse e Ecclesiazuse (Le donne in assemblea, con il bel personaggio di Prassagora, "colei che parla in piazza"), grazie alle quali si contrappongono, almeno sulla scena, il maschile ed il femminile.

ALCUNI LAVORI DEI RAGAZZI E RAGAZZE

LA FIGURA DELL’ETERA

La città greca “rappresenta la realizzazione perfetta di un progetto politico che esclude la donna” (Eva Cantarella). L’esperienza giuridica ateniese è sempre stata e continua ad essere considerata paradigmatica dell’esperienza giuridica greca per due ragioni: la quantità dei documenti che consentono di ricostruire la sua storia istituzionale e il predominio politico, militare e culturale esercitato sul mondo greco. E’ per questo che, parlando della donna, assumeremo Atene a modello esemplare. Nell’Atene di Pericle la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. Come afferma Claude Mossè “la donna ateniese ha lo stato giuridico di una minorenne, ha bisogno per tutta la vita di un kyrios, di un tutore”. Questi è rappresentato in genere dal padre o, in mancanza di questi, da un parente prossimo di sesso maschile. E’ il tutore a scegliere per la fanciulla il marito e a decidere per lei. Come lamenta la Medea euripidea (vv. 230-51), la donna di buona condizione sociale passava dalla “ segregazione” nella casa paterna a quella nella casa dello sposo. Le donne potevano uscire di casa – accompagnate da serve o da donne anziane, meglio se parenti del marito – solo per partecipare ad alcune cerimonie di carattere religioso. L’orazione Per Eufileto di Lisia ricorda, tra queste, i funerali di congiunti e le Tesmoforie, le feste di Demetra, riservate solo alle donne sposate. Una notizia secondo cui l’apparire in scena delle Erinni (poi Eumenidi) nella tragedia eschilea avrebbe provocato aborti di donne e svenimenti di bambini, ha fatto ritenere che anche le donne potessero assistere alle rappresentazioni teatrali, ma la questione è assai discussa. Nell’architettura privata la separazione dei sessi era espressa dal fatto che si allestivano appartamenti separati per uomini e donne. Queste di solito abitavano le stanze più appartate. Se la casa era a due piani, la moglie e le schiave vivevano in quello superiore. Famoso è un passo dell’orazione pseudo-demostenica Contro Neera (122), in cui si dice che l ‘uomo ateniese poteva avere tre donne: “Abbiamo le etere per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per darci figli legittimi e per avere una custode fedele della casa”. Sebbene nell’età classica fosse di regola la monogamia, poteva essere tollerata entro le pareti domestiche la presenza di una concubina (παλλακη). Esse erano schiave o ateniesi di estrazione modesta o straniere-libere. A differenza della sposa, introdotta nella casa in seguito ad un accordo tra le due famiglie, la concubina, invece, vi è introdotta senza che alcun atto giuridico la leghi al suo compagno. Poiché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, ella poteva essere congedata senza difficoltà. La concubina generava figli liberi, ma non legittimi (γνησιοι). Quanto all’etera, non era come una prostituta (πορνη) che svolgeva la sua attività dietro compenso in case nel quartiere del Ceramico o al Pireo. Le etere erano “le uniche donne veramente libere dell’Atene classica” (C. Mossé), uscivano liberamente, partecipavano ai banchetti con gli uomini, spesso erano mantenute da un uomo potente. Erano donne colte e raffinate, frequentate dagli uomini per quelle doti intellettuali di cui difettavano le spose legittime. Esse avevano ricevuto un’educazione e possedevano talenti artistici, soprattutto nella musica e nella danza.

 La più famosa fra le etere fu Aspasia di Mileto, che fu amata da Pericle. Il leader politico ateniese ne ebbe un figlio, che riuscì a fare iscrivere nei registri civici, nonostante la legge da lui stesso proposta, che riconosceva la cittadinanza soltanto ai figli nati da genitori entrambi ateniesi ( 451 a.C.). Altrettanto famosa fu Frine, che fece da modella per molte statue di Prassitele. L’aneddoto più noto che la riguarda è quello del suo processo per empietà, in cui l’oratore Iperide, che la difendeva, ottenne l’assoluzione della sua cliente denudandole i seni. Anche nel celebre quadro di Gérome si distinguono chiaramente sulla destra i giudici, avvolti da una vistosa toga rossa, e sulla sinistra Frine in un chiaro atteggiamento di vergogna dopo che Iperide, suo difensore ed amante, le ha appena strappato gli abiti di dosso lasciandola completamente senza veli davanti all’assemblea, un espediente geniale, dato che le fattezze perfette e la pelle diafana, dalle quali gli accusatori, prima propensi per la condanna, rimasero letteralmente abbagliati, permisero infine alla ragazza di essere assolta. Frine era in realtà il “nome d’arte” di Mnesarete, una giovane che dopo un’infanzia difficile era riuscita, grazie all’ indiscutibile avvenenza fisica e ad una certa dose di scaltrezza, ad accumulare un ingente patrimonio grazie alla sua attività di etéra di successo; ancora adolescente, era stata modella ed amante del grande scultore Prassitele, che l’aveva immortalata, nuda e statuaria, in molti suoi capolavori. Altra figura rimasta celebre in questo ambito è Neera, (in greco antico: Νέαιρα; IV secolo a.C. – IV secolo a.C.) che è stata una etera vissuta nel IV secolo a.C. nell'antica Grecia. Non ci sono dati certi circa le date esatte della nascita e della morte. Fu portata in giudizio verso la metà del IV secolo a.C., probabilmente tra il 343 e il 340 a.C. Anche se le accuse presentate contro Neera sono suscettibili di essere fortemente di parte e non possono essere confermate in modo indipendente, il discorso fornisce maggiori dettagli che su qualsiasi altra prostituta dell'antichità, e di conseguenza cita una grande quantità di informazioni sul commercio del sesso nelle città-stato (πολεις) della Grecia antica. La prostituzione costituiva infatti parte della vita quotidiana degli abitanti dell’Ελλας. Nei maggiori centri urbani, ed in particolarmente nelle città portuali, quest'attività occupava un numero significativo di persone, finendo col rappresentare una parte importante dell'attività economica. Nella stragrande maggioranza delle polis la prostituzione era ampiamente legalizzata; il bordello era quindi un'istituzione a norma di legge amministrata e regolata dal governo locale.



La donna atleta
Nonostante il controverso rapporto tra la civiltà greca e la figura della donna, anche nel mondo classico le donne ebbero alcune possibilità espressive ,sebbene con notevoli restrizioni: è il caso delle donne atlete.
L'attività fisica femminile era considerata in alcune poleis necessaria, ma non aveva alcuno scopo di nobilitazione della persona né formativo di spirito di competizione, considerato assolutamente estraneo all'educazione femminile.
Forse fu per questo che nella prima Olimpiade del 776 a.C. , svoltasi ad Olimpia e consistente in una singola gara di corsa, non solo le donne non ebbero possibilità di competere, ma non furono neppure ammesse ad assistere alle gare, fuorché le sacerdotesse. Alcune fonti sembrano sostenere che questo allontanamento delle donne dallo sport fosse anche causato dalla nudità degli atleti, nudità che pone una fondamentale questione sulle modalità in cui le donne potevano praticare sport: anche esse si ungevano ed erano nude? La questione resta senza risposta, poiché le fonti a noi giunte sono oscure e discordi: in un commento a Teocrito si afferma che le ragazze corressero “dopo essersi unte d'olio, come gli uomini, sulle rive dell'Eurota”, sebbene ciò accadesse soltanto quando non erano esposte agli occhi degli uomini o durante processioni rituali, mentre tutte le altre fonti, tra cui l' “Andromaca” di Euripide, le appellino “mostra-cosce” avvalorando l'ipotesi che corressero con un corto chitone dotato di spacchi laterali che lasciava scoperti la spalla e il seno dal lato destro, il cosiddetto “chitonisco scisso”. L'appellativo è, di norma, attribuito alle donne spartane, poiché non tutte le poleis concedevano la libertà di praticare attività ginniche alle donne, o meglio si hanno notizie relative soltanto ad atlete di Sparta e di Olimpia.
Lo sport era considerato diversamente nelle due città, anche se furono principalmente le Spartane ad essere considerate differenti dal resto del mondo classico; per questo ritroviamo opinioni discordanti in ciò che concerne l'istruzione e il ruolo della donna nella società: “La mancanza di regole sul comportamento femminile è dannosa allo spirito della costituzione e alla felicità della città. Allo stesso modo in cui l'uomo e la donna sono parti essenziali della casa, così la polis deve essere considerata come divisa tra la massa degli uomini e la massa delle donne. Di conseguenza, in tutte le costituzioni dove la condizione della donna non è ben definita, metà della polis deve essere considerata senza leggi.” Così scrive Aristotele, commentando la costituzione spartana, e aggiunge: “questo è esattamente quello che è avvenuto a Sparta. Volendo regolare la vita di tutta la città, il legislatore lo ha fatto per gli uomini, ma non si è preoccupato delle donne. E così queste vivono nella sregolatezza totale e nella mollezza.”
il filosofo non condivide affatto questa visione, sottolineando quale sia, secondo lui, l'errore commesso dalla politica spartana.
Tuttavia l'educazione e la formazione delle donne non era qui affatto trascurata, come riportato da diversi storici dell'antichità. Nella vita di Licurgo, ad esempio, Plutarco informa che i dettami del legislatore non escludevano le ragazze, prevedendo -invece- per esse gare di corsa (dròmos), di lotta atletica (pàle), di lancio del disco e del giavellotto, che non avevano solo lo scopo di far nascere figli più robusti, ma anche quello di rafforzare le future madri, in modo che poi “bene e facilmente gareggiassero contro i dolori del parto.”
Non è certo casuale che le fanciulle spartane non si sposassero giovanissime, bensì all'apice del vigore fisico, tanto da far parlare di esse come di “ragazzi mancati”, l'educazione delle quali in gioventù, più che una preparazione al matrimonio, era un calco dell'istruzione maschile, da adattare alla generazione di prole.
La donna era dunque partecipe dell'ideale eroico: se il coraggio dell'oplita si manifestava pienamente in battaglia, quello della donna al momento del parto. La gloria del soldato risplendeva quando cadeva combattendo per la patria, quella della donna quando moriva partorendo un futuro oplita. Secondo un autore antico, la legge spartana vietava di incidere sulle tombe il nome dei defunti, contemplando due sole eccezioni: gli uomini morti in guerra e le donne morte di parto.
A livello agonistico, tuttavia, le corse delle giovani non avevano vincitrici, essendo mera dimostrazione di forza fisica e, dunque, di essere pronte al matrimonio. La corsa rituale avveniva in giochi esclusivamente femminili in onore di Elena, ricordata, contrariamente a quanto si possa credere, come modello di sposa perfetta.
Ad Olimpia, invece, le gare avvenivano durante i giochi in onore di Hera e le ragazze erano divise in classi secondo la loro vicinanza all'età matrimoniale, allo scopo di compiere un percorso di formazione propedeutico al loro futuro ruolo di spose e di madri.
Eppure, in quella sola occasione, anche le donne gareggiavano per vincere, come afferma Eva Cantarella nel suo libro “L'importante è vincere- Da Olimpia a Rio de Janeiro”: “In via del tutto eccezionale, in quell'occasione non si pensava a loro esclusivamente come allo strumento che consentiva la riproduzione. Erano esseri umani, ciascuna con la propria individualità e con il legittimo desiderio di veder riconosciute le proprie capacità”.
Come si può notare, comunque le competizioni femminili erano relegate ad occasioni particolari, la loro esclusione dalle Olimpiadi era pressoché totale.
Non si può affermare la totale estraneità della figura femminile dalle Olimpiadi perché si hanno notizie di una vincitrice nella corsa delle bighe nel IV secolo a.C : il nome di costei era Cinisca. Figlia di un re spartano, aveva una vera passione per l'equitazione e possedeva una biga, che il fratello fece gareggiare iscrivendola a nome della donna affinché vincesse e potesse usare questo fatto per sminuire l'importanza di quella competizione, umiliando gli altri partecipanti che erano stati battuti da una donna, dimostrando quanto scarsamente la figura femminile fosse considerata.


SAFFO
Saffo nacque tra il 640 e il 630 a.C. da nobile famiglia a Ereso nella parte occidentale dell’isola di Lesbo, ma visse a Mitilene; pur non avendo una data precisa riguardo la morte della poetessa, gli studiosi sostengono che sia vissuta fino a tarda età. Saffo dedicò tutta la sua vita alla direzione del Tiaso probabilmente allontanandosi da Mitilene solo intorno al 600 a.C. quando fu costretta a esiliare in Sicilia per un breve periodo a causa di dissidi politici che coinvolsero la sua famiglia.
Le notizie biografiche riguardanti Saffo che ci sono pervenute sono assai scarse e contribuiscono a creare intorno alla sua figura un alone leggendario; ciò anche grazie alla tradizione che la vuole come morta suicida –si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade- a causa dell’amore non corrisposto del giovane Faone. La maggior parte delle informazioni relative soprattutto alla sfera delle persone a lei più care sono ricavabili da alcune sue opere. È il caso dei frammento 132V che ha per protagonista l’amata figlia della poetessa.
fr. 132 Voigt

Ho una bella bambina che assomiglia
A un fiore d’oro, Cleide prediletta,
E non la cambierei io con la Lidia
Intera o con l’amata


Piuttosto recente (2014) è la scoperta di due frammenti saffici che rappresentano un ulteriore tassello al frammentato puzzle che costituisce la biografia della poetessa. Si tratta di due carmi presenti in un papiro proveniente da una collezione privata, studiati all’università di Oxford da Dirk Obbink e attribuiti alla poetessa poiché composti dalla tipica strofa saffica: Brothers Poem e Kypris Poem. La particolarità di questi versi sta nella citazione dei nomi di quelli che sono stati considerati dalla critica i fratelli della poetessa: Carasso e Larico. Prima di questo importante ritrovamento, dei fratelli della poetessa si conosceva ben poco: Larico era il più giovane e Saffo andava fiera di lui dal momento che ricopriva il compito di coppiere per i notabili di MItilene, di Carasso invece le informazioni sono maggiori e legate soprattutto a fonti esterne. Erodoto infatti su di lui scrisse che s’invaghì di Rodopi, un prostituta di Naucrati per la quale compì follie che lo portarono a mettere a dura prova la sua condizione economico-sociale sua e della famiglia. Per questa vicenda Carasso fu duramente criticato da Saffo nel frammento 5 V, nel quale la poetessa rimprovera in modo severo ma finalizzato all’aiuto il fratello; ciò sottolinea l’aspetto dolce a armonioso che caratterizza tutta la sua poetica.

Ma tu non fai che ripetere che Carasso è arrivato
con la nave stracolma: è cosa, credo,
che sanno Zeus e tutti gli dèi, ma non a questo
tu devi pensare,
bensì a congedarmi e invitarmi a rivolgere
molte suppliche a Era sovrana perché
giunga fin qua portando in salvo
la sua nave Carasso
e sane e salve (o ‘sani e salvi’) ci trovi:
tutto il resto affidiamolo ai numi,
ché a grandi tempeste d’improvviso
succede il bel tempo.
Coloro a cui il sovrano d’Olimpo voglia
mandare un demone che infine li protegga
dalle traversie, quelli diventano felici
e molto prosperi.
Anche noi, se alzasse la testa Larico
e diventasse finalmente un vero uomo,
allora sì che saremmo subito liberate (o ‘liberati’)
da molte tristezze.

Il carme qui riportato è il più completo tra i due e la sua importanza non è riconducibile tanto al valore poetico quanto all’argomento trattato che oltre a riassumere l’approccio di Saffo nei confronti delle persone a lei care espone in modo chiaro le dinamiche sociali che si instauravano tra i nobili e i comportamenti che derivavano da vicende destinate a creare scandalo.
Questi versi inoltre,pur chiarendo la questione su Carasso e Larico, ne sollevano un’altra relativa al “noi” utilizzato al v 17. Il pronome presupporrebbe infatti la presenza di una quarta persona oltre a Carasso, Larico e Saffo, sulla questione gli studiosi si sono schierati in due fazioni una che sostiene che la persona in questione si il padre dei tre, l’altra convinta che si tratti del terzo fratello della poetessa Erigo l’esistenza del quale è incerta.
Il fulcro della vita di Saffo - come della sua attività poetica- è l'ambiente del tiaso, che la poetessa dirigeva. Si tratta di un'associazione culturale con finalità pedagogica consacrata alle Muse e ad Afrodite in cui le ragazze entravano a far parte prima del matrimonio, compiendovi un periodo di istruzione e di preparazione alle nozze in un'atmosfera di grande βροσύνα (leggiadria, eleganza,grazia) : le ragazze apprendevano il canto, la musica, la danza, ma anche le armi della seduzione, ovvero il modo di abbigliarsi e la grazia che le avrebbe rese affascinanti. Fondamentale era anche l'amore di tipo omoerotico, che si inseriva in un contesto educativo e formativo: esso era infatti una tappa del percorso educativo che si compiva con l'ingresso nel mondo degli adulti. L'eros omosessuale era socialmente accettato solo nella misura in cui esso apparteneva all'iniziazione giovanile alla vita, quando una fanciulla o un giovinetto non erano ancora a pieno titolo entrati nella vita adulta.
A Lesbo esistevano anche altri circoli femminili: le più pericolose rivali di Saffo sembra fossero Gorgo e Andromeda. In un frammento Saffo così rimprovera un'allieva che si è fatta ammiratrice di Andromeda, direttrice del tiaso rivale, alla quale la poetessa oppone la propria superiore raffinatezza: " Quale zoticona ti strega la mente? Rustica veste indossa, non sa drappeggiare la stola attorno alle caviglie".
Il tema centrale della poesia di Saffo è l'amore. Il fr. 16 LP viene considerato il testo 'programmatico', il 'manifesto' di Saffo. Il carme si apre con una rassegna: la poetessa annovera nella forma del Priamel le cose che secondo il gusto comune sono le più belle, secondo alcuni un esercito di cavalieri, secondo altri di fanti, secondo altri ancora una flotta di navi, per Saffo, invece, la cosa più bella è la persona che si ama. Il seguito del componimento non fa che precisare l'affermazione: Elena, abbandonato lo sposo, i genitori e la figlia, ti recò a Troia seguendo Paride, di cui era innamorata (Elena, condannata da tutta la tradizione, viene così giustificata in nome dell'amore). Così anche per Saffo rivedere la lontana Anattoria sarebbe il bene più grande, non comparabile con tutta la ricchezza e la potenza, pur proverbiali, dei lidi.

L'amore è spesso visto come una malattia e turbamento sconvolgente dell'essere: così, per esempio, nel Fr. 47 V. Saffo paragona la forza di Eros a quella del vento che sui monti si abbatte sulle querce; nel Fr. 48 V., la poetessa dà voce al suo desiderio amoroso nei confronti di una ragazza del tiaso: "Sei venuta, io tidesideravo, hai rinfrescato la mia anima che bruciava d'amore".Di particolare efficacia l'antitesi tra l'immagine del fresco contenuta nell'aoristo έψυξας e quella del fuoco evocata dal participio καιομέναν.
A Saffo si deve anche la caratterizzazione di Eros attraverso neologismi o attraverso termini preesistenti ma riutilizzati in maniera del tutto originale: così il composto ossimorico che definisce amore un essere 'dolce-amaro' (γλυκύπικρον) è originale , così come il nesso dell'aggettivo αμαχος ( contro cui non c'è rimedio ) con Eros; il composto λυσιμέλης ( che scioglie le membra ) è già presente in Omero, ma in riferimento al sonno. Ancora, il verbo δονέω, 'squassare', 'agitare' (così come τινασσω) usato in Omero per designare l'azione devastatrice del vento, viene applicato da Saffo, metaforicamente, all'equivalente effetto dell'amore sull'impotente animo umano. In Saffo compare anche il tema dell'amore come follia, pazzia, con l'utilizzo del verbo μαίνομαι, 'essere pazzo', 'impazzire'.
Saffo ha descritto anche la 'sintomatologia' amorosa in un celebre frammento ( 31 v. ) trasmesso mutilo dell'anonimo autore de Il sublime e ripreso da Catullo nel carme 51. La spinta ispiratrice dell'ode è facilmente identificabile ed è piuttosto familiare al mondo del tiaso cui Saffo si rivolge: si tratta infatti della partenza di una giovane che, avendo concluso suo percorso formativo, intraprende la strada del matrimonio e dell'amore etero-sessuale; si trovano quindi compresenti la maestra che sta per salutare la sua allieva. la ragazza stessa, ed il suo promesso sposo, Questi, definito 'pari agli dei' ad indicare la forza o la bellezza dell'aspetto o lo stato di beatitudine propria degli dei, siede di fronte alla donna amata da Saffo e la ascolta mentre parla e ride dolcemente. Saffo enuncia le sensazioni che si manifestano nel suo corpo a questa vista: un incontrollato sbigottimento che le fa balzare il cuore nel petto, l'incapacità di parlare ('la lingua si spezza'), una febbre bruciante, la vista viene a meno, le orecchie ronzano, un sudore freddo si diffonde in tutto il corpo, un tremore la possiede tutta, il suo colorito somiglia al verde-giallo dell'erba. I sintomi sono elencati secondo una struttura paratattica ad elenco e mediante una klimax ascendente il cui termine conclusivo viene ad identificarsi con la morte ( "sembro a me stessa poco lontana dall'essere morta").
Altra caratteristica della comunità diretta da Saffo era la profonda religiosità: tutte le attività erano svolte nel nome di Afrodite; frequenti nella poesia saffica sono le epifania e le visioni oniriche, da alcuni intese come pure allegorie o ornamenti letterari, da altri come reali esperienze personali. Un esempio famoso è costituito dall'ode ad Afrodite che apre la raccolta dei carmi di Saffo nell'edizione curata dai grammatici alessandrini. L'occasione del canto è data da un nuovo amore che fa soffrire Saffo: essa invoca la dea perchè la liberi dagli affanni, come fece altre volte quando, con la sua presenza, le placò l'angoscia e le porse aiuto, persuadendo al suo amore la ragazza amata. L'ode è strutturata secondo il modello dell'inno cletico, ossia di invocazione alla divinità, che prevedeva certe componenti fisse, fra le quali essenziali erano una prima invocazione al dio, con citazione della sua genealogia ed elenco dei suoi epiteti tradizionali; una rievocazione delle sua imprese principale ( aretalogia, ovvero elenco delle αρεταί) e infine la richiesta vera e propria, che ripete spesso l'invocazione ma specificandola con particolari più concreti. Così,nell'ode di Saffo, troviamo vv. 1-5. l'invocazione ad Afrodite, cui la poetessa chiede di non infierire nel suo animo tormentato ma di venire in suo aiuto, La dea è invocata come Figlia di Zeus e con alcuni epiteti: ποικιλόθρονος (= dal trono variopinto), non attestato altrove, evoca l'immagine della dea seduta su un trono policromo e intarsiato. simbolo della sua condizione divina; αθάνατα (= immortale); δολόπλοκος (= tessitrice di inganni), che si rifà alla componente dell'inganno come elemento fondamentale della seduzione, nel senso molto concreto di 'trappola' ù, o 'rete' in cui l'innamorato rimane preso: πόντια, 'signora' o 'padrona' , epiteto caratteristico di molte divinità femminili. Vv. 5- 24. viene rievocato un precedente intervento alla dea, accorsa ad un analoga invocazione da parte di Saffo e pronta a 'condurre' al suo amore un'altra fanciulla. Nelle parole che allora la dea rivolse a Saffo ( Chi, o Saffo, ti offende? Infatti seti sfugge,ben presto ti seguirà, se doni non accetta,anzi,te ne darà, se non ti ama, ben presto ti amerà, anche se ella non vorrà) si ha l'enunciazione della regola generale di reciprocità amorosa, proposta all'apprendimento delle ragazze del tiaso: l' 'ingiustizia' di cui Saffo è vittima è semplicemente la mancata corresponsione del suo amore; secondo il concetto arcaico di δίκη come equilibrio e contraccambio, ogni aore esige di essere ricambiato e chi non accetta l'amore che gli viene offerto si rende colpevole di un'ingiustizia nei confronti dell'innamorato respinto, per la quale verrà quindi punito con una sorta di 'pena del contrappasso', che lo porterà a rovesciare completamente il proprio comportamento.
Una suggestiva descrizione degli elementi vegetali e naturali che incorniciavano la cerimonia presso il recinto sacro di Afrodite (τέμενος) e le epifanie della dea, è conservato nel cosiddetto "ostrakon fiorentino, un testo graffito su un frammento di terracotta verosimilmente nel lll secolo a.C. scoperto in Egitto, pubblicato nel 1937 e ora conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze. Si tratta anche in questo caso di un invito ad Afrodite, perchè sia presente in una cerimonia che si svolge in un boschetto a lei consacrato. Vv. 1-4 La dea è invitata a lasciare la sua sede di Creta per raggiungere il boschetto. vv. 5-11 La descrizione del paesaggio è concentrata intorno a quelli che diverranno pen presto i caratteri topici del locus amenus . Particolare la presenza di piante sacre alla dea, quali meli e rose, entrambe collegate al culto di Afrodite, e ovunque in Grecia simbolo della seduzione erotica. Vv. 13-16 Il carme si chiude con una invocazione ad Afrodite parchè venga a partecipare alla festa e vi faccia da coppiera, mescendo il vino nelle tazze d'oro.

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